HISTORY

Acqui Terme (AL) - Villa Ottolenghi

ARTURO, HERTA, IL LORO SOGNO

E GLI ARTISTI CHE HANNO CONTRIBUITO A REALIZZARLO

 La storia di Villa Ottolenghi-Wedekind è innanzitutto la storia di un uomo, Arturo Ottolenghi, e di una donna, Herta Wedekind zu Horst, che si conobbero nel 1913, poco prima che lui si laureasse in legge all’Università di Torino. Si sposarono a Roma, città nella quale la famiglia tedesca Wedekind aveva molti interessi e proprietà  (Palazzo Wedekind in Piazza Colonna, accanto a Montecitorio, è oggi la sede del quotidiano Il Tempo). Era l’aprile del 1914. Nel 1917, sempre a Roma, nacque Astolfo Carlo, il loro unico figlio.

Herta aveva studiato scultura e frequentato l’atelier di Hans Stoltenberg Lerche, artista norvegese noto per aver inventato una nuova tecnica di lavorazione del vetro di Murano. A Roma, poco dopo il matrimonio, allestì il suo primo laboratorio di scultura.

Nel 1920, però, la famiglia spostò il baricentro su Genova, dove Arturo aveva molti interessi, e stabilì la sua residenza nella villa liberty dei conti Ceriana-Mayneri, a Pieve di Sori. Anche qui Herta avviò un laboratorio in cui, oltre alle sculture, realizzò arazzi, tappeti e stoffe per l’arredo, mettendo a punto un particolare procedimento basato sulla duplicazione simmetrica di disegni astratti con tracciati casuali di inchiostro molto simili alle coeve macchie di Rorschach impiegate nella psicoanalisi.

Proprio dalla villa di Pieve, Herta e Arturo cominciarono prima a immaginare e poi a realizzare quella che sarebbe stata la loro residenza per la vita, una sorta di Paradiso terrestre sull’acropoli di Acqui, il colle di Monterosso, che Arturo aveva ottenuto per divisione dei beni del prozio Salvador Aaron Ottolenghi. Cominciava così un cantiere infinito e complesso come la vita di Arturo ed Herta, al quale, oltre alla stessa Herta, artista riconosciuta a pieno titolo tra le avanguardie del primo Novecento, parteciparono architetti come Federico D’Amato, Marcello Piacentini e Gio Ponti, pittori e scultori come Ferruccio Ferrazzi, Arturo Martini e Ferdinando Depero solo per citare i più noti.

Nell’arco di oltre cinquant’anni, attorno alla famiglia Ottolenghi (ai genitori si affiancò infatti il figlio Astolfo, in una prima fase  insieme alla moglie Nina Klugmann) sul colle di Monterosso si avvicendarono le menti artistiche più brillanti dell’Italia tra le due guerre, si sovrapposero e si intrecciarono personalità con riferimenti culturali e stilistici diversi ma tutte capaci di interpretare al meglio le istanze più originali e innovative del

Novecento italiano, creando un complesso unico nel suo genere e tuttora attualissimo. In omaggio alla madre di Arturo, Clotilde, venne eretto l’incredibile mausoleo adagiato in un pianoro della collina che degrada verso Acqui, decorato all’interno da un grandioso ciclo di mosaici di Ferruccio Ferrazzi.

Da sempre impegnato in opere filantropiche e di beneficenza, Arturo Ottolenghi, in coordinamento con il Comune di Acqui, promosse anche il restauro del ricovero Jona Ottolenghi, antico ospedale nel centro della città all’epoca fortemente degradato. “Tutto in questa realizzazione, testimonia della generosità e del buon gusto dei coniugi Ottolenghi che, oltre a impegnarsi personalmente nell’ideazione e nel progetto degli spazi, dotano la struttura assistenziale di attrezzature modernissime e all’avanguardia: cucine della tedesca Krupp, servizi di porcellana Richard Ginori, biancheria tessuta appositamente dalla Casa Frette di Monza” (Federico Fontana in Villa Ottolenghi Wedekind, Allemandi & C. editore)“.

La tenuta di Monterosso, sognata come residenza in cui “l’architettura, la pittura, la scultura e il paesaggio si possano fondere in un’unica, vasta acropoli dell’arte”, fu utilizzata dalla famiglia Ottolenghi dapprima solo come residenza estiva, in particolare per il tempo della vendemmia. “Casa dell’arte, luogo del bello e del sublime”, diventò il rifugio permanente di Arturo, Herta e Astolfo a partire dal 1943 quando, in seguito all’occupazione tedesca di molte residenze del litorale genovese, la famiglia vi si trasferì in modo definitivo.

Poco più tardi, a infrangere il sogno irruppero i drammatici eventi dell’epoca – la seconda guerra mondiale e la persecuzione razziale che nel ’44-‘45 costò ad Arturo Ottolenghi la confisca dei beni e il carcere  – insieme a fatti più privati, come il trasferimento negli Stati Uniti del figlio Astolfo e poi il suo divorzio della moglie Nina, che rimase negli Stati Uniti con i figli Amanda e Arturo ancora adolescenti e non fece più ritorno ad Acqui.

Da tempo convertito al Cattolicesimo, nel 1947 Arturo contribuì con cospicue donazioni ai lavori della Fabbrica di San Pietro in Roma e per questo papa Pio XII gli conferì il titolo comitale trasmissibile agli eredi. Arturo ed Herta trascorsero gli anni successivi tra Acqui e New York, dove Astolfo e Nina abitavano, con i loro due bambini, nella centralissima Fifth Avenue.

A New York li raggiunse anche il vecchio amico Fortunato Depero, che per qualche tempo si stabilì nel Greenwich Village e frequentò con gli Ottolenghi il Peacacock Cafe,  ritrovo alla moda della comunità artistica italiana, gestito dal pittore siciliano Rosario Murabito. Ma il richiamo di Monterosso era troppo forte, e il ritorno ad Acqui irrimandabile come il passaggio del testimone, per tutti gli affari e le proprietà di famiglia, al figlio Astolfo.

Arturo morì nell’agosto del 1951 ed Herta solo due anni più tardi, nell’agosto del 1953.

Nel 1961, dopo il divorzio da Nina, Astolfo sposò in Svizzera Cecilia Maria Lenher e con lei si trasferì negli Stati Uniti per stare più vicino ai figli. La presenza dei conti Ottolenghi  ad Acqui fu sempre più sporadica. Astolfo morì a Zurigo nel 1979, a 62 anni.

A metà degli anni Ottanta gli eredi misero all’asta, con gli arredi e alcuni appezzamenti, parte della bellezza amorevolmente accumulata, ma solo nel 2006 l’intero complesso trovò finalmente in Vittorio Invernizzi un acquirente capace di credere nel passato, nel presente e nel futuro di un sogno, e di restituire al territorio la Villa in tutto il suo rinnovato splendore.

L’opera di recupero in armonia con il territorio attuata dalla famiglia Invernizzi ha fatto di Villa Ottolenghi un punto di riferimento imprescindibile per gli eventi più importanti in ambito culturale (mostre, convegni) aziendale (meeting, congressi, servizi fotografici e sfilate di moda) e privato. L’intesa con lo chef Davide Oldani, festeggiata il 19 marzo a Villa Ottolenghi Wedekind con decine di ospiti eccellenti, aggiunge alla location una nuova, irresistibile, attrattiva.

 L’ultimo traguardo, la realizzazione di un Relais di charme per pochi ospiti, nel rispetto dei vincoli, delle atmosfere e delle caratteristiche uniche della Villa, completa un progetto di rilancio che trova anche all’estero riscontri molto positivi.

Dal disegno della “…villa a forti linee dominanti, visibile da lontano in armonia con il grandioso territorio” al giardino formale e al parco di Piero Porcinai… dal Tobiolo che sfiora le acque alle delicate fusioni in bronzo che puntellano tutti gli ambienti della villa… dalle scale alle inferriate della cucina… dai cancelli ai poggioli affacciati sulla valle a 360 gradi, dall’incredibile cisterna o Fonte delle Acque con il grande Tritone scolpito da Herta, dal pergolato dei glicini al profumo della mentuccia dei tappeti erbosi….  Tutto, proprio tutto, invita a “una caccia alle note” lasciate dagli architetti, dagli artisti, dai paesaggisti e dagli artigiani a comporre una singolare e irresistibile sinfonia che ancora oggi, dopo tanti decenni, suscita immutato stupore.